L’opposizione sammarinese solleva un duro scontro istituzionale attorno al recente Decreto Delegato 7 settembre 2026 n. 134, accusando l’esecutivo di voler blindare l’accesso alle informazioni bancarie e finanziarie proprio alla vigilia di delicati passaggi giudiziari e politici. La forza politica di minoranza Repubblica Futura contesta frontalmente il provvedimento normativo, rubricato formalmente come regolamentazione del segreto d’ufficio per i dati in capo a Banca Centrale della Repubblica di San Marino. Secondo la ricostruzione degli esponenti di minoranza, la disposizione giunge con tempistiche singolari, coincidendo con l’avvio della commissione consiliare d’inchiesta sulle vicende legate all’acquisizione di un istituto di credito, a ridosso dell’apertura del relativo procedimento penale e alla vigilia di un contenzioso arbitrale internazionale. Il movimento giudica l’atto una grave compressione delle prerogative dell’aula parlamentare, chiedendo l’immediato ritiro della norma e denunciando una frattura insanabile tra i proclami di allineamento agli standard europei e la salvaguardia della necessaria trasparenza democratica.
Le contestazioni sulle tempistiche e l’assetto proprietario
La lettura critica offerta dalla compagine d’opposizione mette a fuoco la genesi del decreto, contestando anzitutto la discrepanza tra il testo licenziato dal governo e i quesiti sollevati in precedenza da atti di sindacato ispettivo interni alla maggioranza, in particolare dal Partito dei Socialisti e dei Democratici. Al centro dei rilievi vi sono le ragioni di opportunità istituzionale e i potenziali conflitti d’interesse: il partito evidenzia come il Segretario di Stato per le Finanze, vertice del Comitato per il Credito e Risparmio, detenga partecipazioni nell’entità proprietaria di una banca e partecipi attivamente alle assemblee societarie. Tale assetto viene ritenuto palesemente distonico rispetto ai criteri comunitari evocati nell’incipit del decreto, che dichiarava l’obiettivo di elevare la conformità ai parametri delle autorità europee di vigilanza.
La dimensione del presunto vulnus informativo investe direttamente il patrimonio pubblico: la Repubblica controlla la totalità di una banca sammarinese, il cento per cento di un istituto operante in Croazia e l’88% delle quote della stessa Banca Centrale. L’applicazione della nuova disciplina, rimarca Repubblica Futura, estende il vincolo di segretezza a tutte le vicende connesse a questi soggetti, lasciando la collettività e i membri eletti all’oscuro di potenziali esposizioni debitorie, garanzie statali o interventi straordinari a carico dell’erario.
La tutela del mandato parlamentare e le future iniziative di contrasto
A suscitare il maggiore allarme politico è il richiamo dell’articolo 3 del decreto al regime di secretazione penalmente sanzionato ai sensi dell’articolo 377 del Codice Penale. Nella prospettiva tracciata da Repubblica Futura, tale misura impone un bavaglio permanente che finisce per impedire ai componenti della Commissione Consiliare Permanente Finanze e Bilancio l’esercizio effettivo delle proprie funzioni di sindacato e indirizzo. La limitazione colpirebbe esclusivamente i membri del Consiglio Grande e Generale, garantendo per contro all’esecutivo margini di manovra privi di un reale controbilanciamento assembleare.
L’intervento normativo, attuato per via delegata senza alcun preventivo confronto sullo statuto dell’autorità di vigilanza e sul regolamento consiliare, viene interpretato come una cortina fumogena tesa a proteggere l’operato della Segreteria di Stato per le Finanze. Di fronte a quello che definisce un tentativo di celare criticità gestionali accumulate negli ultimi anni, il movimento anticipa una ferma opposizione parlamentare e politica per pretendere piena chiarezza e difendere il principio di trasparenza quale cardine irrinunciabile dell’azione di governo.